Novena in preparazione alla Festa di San Giovanni Bosco 2018

Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.”  (Misericordiae vultus)

Vogliamo prepararci bene alla festa di don Bosco e lo facciamo accogliendo l’invito di papa Francesco: Vuoi voler bene? Sii concreto! Dimostralo con i tuoi gesti, con le tue parole, con lo sguardo…con tutta la tua persona. Così ha fatto don Bosco: tutti i suoi gesti, tutto di lui è stato amore dimostrato e offerto per i suoi cari giovani. Anche noi, come lui desideriamo diventare amore visibile e dimostrato verso tutti.

Vuoi vivere ancora meglio la festa di don Bosco? Gli spunti che da questa novena tu verranno, ti aiuteranno a scendere nel profondo del cuore, là dove abita solo il Signore. Aprigli il tuo cuore, vivi una bella confessione e la coscienza “a volte un po’ imbrogliata” si dipanerà.

Ogni giorno recitare al termine della riflessione Tre Ave Maria e la Preghiera a don Bosco:

O padre e Maestro della gioventù, San Giovanni Bosco, che tanto lavorasti per la salvezza delle anime, sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre e la salvezza del prossimo; aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano; insegnaci ad amare Gesù sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa; e implora da Dio per noi una buona morte, affinché possiamo raggiungerti in paradiso. Amen

PRIMO GIORNO: LO SGUARDO DI DON BOSCO

«Per prima cosa egli prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di giovanetti, sull’età dei 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato, ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. L’obbrobrio della patria, il disonore delle famiglie, l’infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici. […] – Chi sa, diceva tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuito il numero di coloro che ritornano in carcere? – Comunicai questo pensiero a D. Cafasso, e col suo consiglio e co’ suoi lumi mi sono messo a studiar modo di effettuarlo, abbandonandone il frutto alla grazia del Signore, senza cui sono vani tutti gli sforzi degli uomini».

SECONDO GIORNO: LE MANI DI DON BOSCO

Nel giorno dei morti, don Bosco propose ai suoi giovani di visitare il cimitero. Solo dopo che ebbe promesso a tutti «abbondanti castagne cotte», strappò un sì. Ne aveva comperato tre sacchi, e tramite Giuseppe Buzzetti (diciottenne) disse a mamma Margherita di farle cuocere per la sera. Margherita non aveva inteso bene, e ne cosse un paio di chili in una pentola. All’arrivo dei 300 affamati, Buzzetti porse la pentola dicendo a don Bosco: «Ci sono solo queste!». Nel trambusto di 300 giovani che urlavano e spingevano, don Bosco non capì bene (forse) e cominciò a distribuirne un grosso mestolo a ogni giovane. Giuseppe gridava: » Non così, non così, non bastano!». Don Bosco meravigliato gli faceva cenno: «Tre sacchi ce ne sono, tre sacchi!». E Giuseppe: «No! Quelle lì, solo quelle lì!» Don Bosco continuò a distribuirne un mestolo colmo a ciascuno. Ma i ragazzi non erano tonti: vedevano benissimo che da quella pentola troppo piccola le castagne che uscivano erano un’esagerazione. Cominciarono a fissare la pentola, don Bosco, il mestolo. Si fece quasi silenzio tutto intorno. E mentre lui continuava sereno a distribuire, quei giovani si domandarono per la prima volta: «Ma chi è don Bosco? Un mago? Un santo?» (MB 3,576s).

TERZO GIORNO: LE ORECCHIE DI DON BOSCO

Se cerchiamo con attenzione nel primo cortile di Valdocco, addossata ad uno dei pilastri che formano il portico davanti alla cappella Pinardi, troviamo qualcosa che ci parla ancora di quei tempi: la vecchia fontana! Proprio così, nonostante tutti i restauri e cambiamenti, la fontana è sopravvissuta ed ancor oggi possiamo dissetarci a quell’acqua salesiana.

Proprio perché tutti, nessuno escluso, passava di là per bere, don Bosco capì subito che la fontana rappresentava un luogo di assoluta importanza strategica. Ce lo conferma don Giuseppe Vespignani, sacerdote originario di Ravenna che, poco più che ventenne, era giunto a Valdocco nel 1876 per farsi salesiano. Subito accolto da don Bosco, il buon don Giuseppe non fu certo lasciato con le mani in mano: divenne segretario di don Rua, incarico non da poco, e gli fu affidata una “piccola” classe di catechismo, più o meno 120 ragazzi sui 12 anni! Immaginatevi lo spavento del povero don Vespignani!

La prima domenica il catechismo fu un vero disastro, chiasso e schiamazzi, una baraonda incontenibile. Passata la tempesta don Giuseppe corse da Don Rua, che lo rincuorò invitandolo a riprovare la domenica successiva. Nuovo fallimento totale!

A questo punto per don Giuseppe restava una cosa sola da fare: salire le scale e bussare alla porta dello studio di don Bosco, per chiedere consiglio al buon padre. Don Vespignani era abbattuto ed amareggiato, iniziava a dubitare che la vocazione salesiana fosse davvero la sua. Davanti a don Bosco, tutto sembrò più semplice. Il buon padre gli spiegò che la difficoltà nel catechismo nasceva da una cosa molto semplice: il non conoscere i ragazzi e il non essere conosciuto da loro. Lo salutò dandogli a questo proposito un semplice consiglio: “Vuole conoscere i ragazzi? Vada alla fontana: là all’ora di colazione troverà tutti i giovani riuniti per bere, a discorrere della scuola, dei giuochi, di tutto. Si intrometta anche lei, li ascolti, si faccia amico di tutti, e poi andrà alla rivincita e ci riuscirà”. Provare per credere! Da quel 1876 don Giuseppe non abbandonò più l’oratorio: divenuto salesiano, partì per l’Argentina, dove fu ispettore per più di 30 anni, morendo nel 1932…. Davvero la fontana dei miracoli!!

QUARTO GIORNO: LE PAROLE DI DON BOSCO

Don Bosco così scrive di sè: “Dopo il primo anno di teologia, predicai ancora sopra la Natività di Maria in Capriglio. Non so quale ne sia stato il frutto. Da tutte parti però era applaudito, sicchè la vanagloria m’andò guidando, finché ne fui disingannato, come segue. Un giorno, dopo la detta predica sulla nascita di Maria, interrogai uno, che pareva de’ più intelligenti, sopra la predica, di cui faceva elogi sperticati, e mi rispose: <La sua predica fu sopra le anime del Purgatorio> mentre io avevo predicato sopra le glorie di Maria. Ad Alfiano ho anche voluto richiedere il parere del parroco, persona di molta pietà e dottrina, di nome Giuseppe Pelato, e lo pregai a dirmi il suo parere intorno alla mia predica. <La vostra predica, mi rispose, fu assai bella, ordinata, esposta con buona lingua, con pensieri scritturali, e continuando così potete riuscire nella predicazione.> Il popolo avrà capito? <Poco: avranno capito il mio fratello prete, io e pochissimi altri.> Come mai, non furono intese cose tanto facili? <A voi sembrano facili, ma per il popolo sono assai elevate. Lo sfiorare la storia sacra, il volare ragionando sopra un tessuto della storia ecclesiastica, sono tutte cose che il popolo non capisce.> Che adunque mi consiglia di fare? <Abbandonare la lingua e la struttura dei classici, parlare non in latino dove si può, od anche in lingua italiana, ma popolarmente. Invece poi di ragionamenti, tenetevi agli esempi, alle similitudini, semplici e pratiche. Ma ricordate sempre che il popolo capisce poco e che le verità della fede, non gli sono mai abbastanza spiegate.>

Questo paterno consiglio mi servì di norma in tutta la vita. Conservo ancora a mio disdoro quei discorsi, in cui presentemente non scorgo più altro che vanagloria e ricercatezza. Dio misericordioso ha disposto che avessi quella lezione, lezione fruttuosa, nelle prediche, nei catechismi, nelle istruzioni, e nello scrivere, cui mi ero fin da quel tempo applicato”.

QUINTO GIORNO: I PIEDI DI DON BOSCO

Un giorno chiedemmo com’era don Bosco? Egli ci rispose: “Don bosco era così (e invece di una descrizione ci raccontò una fatto: Io ero a letto nelle camerette dell’Oratorio che sono nelle soffitte. Don Bosco venne a trovarmi e mi chiese se desideravo qualche cosa. Gli chiesi un po’ d’acqua. Egli scese e risalì con il bicchiere pieno d’acqua. Io, forse perché febbricitante, gli dissi:” don Bosco, avrei preferito me la portasse dentro la cazzuola”. E don Bosco: “Aspetta un momento”. Scese e risalì le scale (aveva i piedi e le gambe già tutte gonfie) e mi portò l’acqua nella cazzuola. Ecco chi era don Bosco.

SESTO GIORNO: IL SORRISO DI DON BOSCO

Luigi Orione doveva andare a confessarsi da don Bosco ma aveva molta paura perché si diceva che don Bosco leggesse i cuori; per questo decise di scrivere tutti i suoi peccati su un quaderno e con questo si presentò a don Bosco: «Quando gli fui davanti, avevo come un timore di tirare fuori i miei quaderni. Finalmente ne ho tirato fuori uno e, mentre glielo presentavo, io stavo a vedere lo sguardo di Don Bosco e l’impressione che gli faceva. Poi, per timore di fargli perdere tempo, mi misi a leggere in fretta; poi ho voltato pagina e Don Bosco ancora guardava; voltai ancora pagina e Don Bosco ancora guardava; voltai ancora pagina e Don Bosco mi disse: “Bene, bene; ne hai ancora?”. “Sì, risposi”. “Bene, lascia qua, da’ a me”. Lo prese e, fatto così e così Don Orione ripete il gesto], ne fece quattro pezzi e anche il secondo fece la stessa fine. Giudicato il calibro del peccatore che gli stava davanti, Don Bosco continuò facendo lui domande ed accennò subito ad una mancanza che certamente era stata scritta sui quaderni, ma non era stata letta. Il giovane rimase scioccato dall’intuizione del Santo, tanto da ripetere — ancora 50 anni dopo! — l’ammirata esclamazione: “Scrutava i cuori! Scrutava i cuori!”. E continua: “Poi mi disse tre cose che ricordo ancora come adesso (…), tre cose che solamente Iddio gliele poteva dire”. Don Bosco gli fece poi l’ammonizione: “Pentiti di questo e non voltarti più indietro. Non devi più ripensare a quelle cose, piccole e grandi, che ci possono essere state”. Aggiungendo: “Stai allegro!”. E Don Orione conclude: “E mi sorrise come lui solo poteva sorridere”

SETTIMO GIORNO: LE LACRIME DI DON BOSCO

II 16 maggio don Bosco volle celebrare all’altare di Maria Ausiliatrice nella nuova chiesa. Più di quindici volte ruppe in lacrime, e stentò a finire la Messa. Don Viglietti, che l’assisteva, dovette di tratto in tratto distrarlo dalla violenta commozione. Dopo Messa, la folla, intenerita alla sua pietà e al suo aspetto sofferente, gli si strinse intorno, baciandogli i paramenti e le mani e, com’ebbe varcata la soglia della sacrestia, lo supplicò di benedirla. «Sì, sì!» rispose don Bosco. E salito sui gradini, che dalla prima sala mettono alla seconda, si volse per benedire, alzò la mano e: «Benedico… benedico…» ripeté con voce fioca e tremante; e, poi, dando in pianto dirotto, si coperse la faccia con ambe le mani, e fu d’uopo condurlo via. Questo pianto impressionò talmente i presenti, che molti si misero a piangere con lui e volevano tenergli dietro, ma per prudenza si chiusero le porte.

Interrogato perché si fosse tanto commosso durante la Santa Messa, rispose: «Avevo così viva, innanzi ai miei occhi, la scena di quando, dai 9 ai 10 anni, sognai della Pia Società Salesiana, e vedevo ed udivo così bene la mia mamma ed i miei fratelli questionare sul sogno, che non potevo andare avanti nel S. Sacrificio».

Fu quella l’unica Messa che celebrò nella nuova chiesa. Indubbiamente il ricordo di quel primo sogno, mai come allora, dovette essere così affascinante per lui! «A suo tempo tutto comprenderai!» gli aveva detto la Vergine; e l’umile pastorello dei Becchi, dopo 62 anni, comprendeva chiaramente, come la missione, che nella fanciullezza gli avevano additata Nostro Signore e la benedetta sua Madre, avesse avuto, con l’erezione del tempio del Sacro Cuore di Gesù nel centro della Cristianità, ad invito del Vicario di Gesù Cristo, la sanzione più solenne. L’opera sua personale era compiuta: quindi, la sua partenza per l’eternità, imminente.

OTTAVO GIORNO: LA FORZA FISICA

Durante una ricreazione, nella quale Luigi viene schiaffeggiato da un compagno più piccolo di lui, che voleva costringerlo a giocare a un gioco piuttosto grossolano, Giovanni vede come questo giovane reagisce a quella violenza: «A quella vista io mi sentii bollire il sangue nelle vene e attendevo che l’offeso ne facesse la dovuta vendetta; tanto più che l’oltraggiato era di molto superiore all’altro in forze ed età. Ma quale non fu la meraviglia, quando il buon giovanetto colla sua faccia rossa e quasi livida, dando un compassionevole sguardo al compagno cattivo gli disse soltanto: “Se questo basta per soddisfarti, vattene in pace, io ti ho già perdonato”».

Scriverà: «Quell’atto eroico ha destato in me il desiderio di saperne il nome che era appunto Luigi Comollo…Da quel tempo l’ebbi sempre per intimo amico e posso dire che da lui ho cominciato ad imparare a vivere da cristiano. Ho messa piena confidenza in lui, egli in me; l’uno aveva bisogno dell’altro. Io di aiuto spirituale, l’altro di aiuto corporale. Perché il Comollo per la sua grande umiltà non osava nemmeno tentare la difesa contro agli insulti dei cattivi, mentre io da tutti i compagni, anche maggiori di età e di statura, era temuto per il mio coraggio e per la mia forza gagliarda».

Giovanni dimostra questa forza quando un giorno alcuni compagni vogliono umiliare Luigi e Antonio, i giovani più timidi della classe. È in quella circostanza che lui prende un suo compagno e lo usa come bastone per atterrare gli altri che rimangono impressionati e spaventati dalla sua forza. In quella occasione sono memorabili le parole di Luigi a Giovanni: «Mio caro, mi disse appena potemmo parlare tra noi, la tua forza mi spaventa, ma credimi, Dio non te la diede per massacrare i compagni. Egli vuole che ci amiamo, ci perdoniamo e che facciamo del bene a quelli che ci fanno del male… Io ammirai la carità del compagno… D’accordo coll’amico Garigliano andavamo insieme a confessarci, comunicarci, fare la meditazione, la lettura spirituale, la visita al SS. Sacramento, a servire la Santa Messa».

NONO GIORNO: IL CUORE DI DON BOSCO

«Era l’ora della merenda, e i ragazzi ricevevano una pagnotta che a volte consumavano bagnandola all’acqua della fontana. Francesco pensava però che una pagnotta sola era poco a confronto dell’appetito che si era ridestato in lui, dopo la minestra abbondante del pranzo ben presto digerita. Avrebbe voluto almeno raddoppiare la razione. Ma l’oratorio era povero, e anche il pane non era a volontà in quel 1872. Mentre pensava così, vide che alcuni suoi compagni, dopo aver intascato una prima pagnotta, si rimettevano tranquillamente in fila e ne prendevano una seconda e una terza senza che nessuno se ne accorgesse. Anch’io — raccontò poi Francesco — mi lasciai allora vincere dall’appetito, rubai due pagnotte e fuggii dietro il porticato, a mangiarle con avidità. Ma poi ne provai rimorso. Ho rubato — pensavo —. E domani come oserò fare la Comunione? Devo confessarmi! Ma il mio confessore era Don Bosco, e io sapevo come si sarebbe addolorato al sapere che avevo rubato. Come fare? Non tanto per la vergogna, quanto per non dispiacere a Don Bosco, scappai dalla porta della chiesa, e difilato corsi al santuario della Consolata, poco lontano. Entrai nella chiesa semibuia, scelsi il confessionale più nascosto, e cominciai la mia confessione: “Sono venuto a confessarmi qui perché ho vergogna di confessarmi da Don Bosco!” (Era una cosa che potevo non dire, ma ero talmente abituato alla sincerità che mi parve importante). Una voce mi risponde: “Di’ pure. Don Bosco non saprà mai niente”. Era la voce di Don Bosco! Misericordia! Sudavo freddo. Ma se Don Bosco era all’oratorio, come poteva essere anche lì? Un miracolo? No, niente miracolo. Don Bosco era stato invitato, come al solito, a confessare alla Consolata, e io mi ero imbattuto precisamente in colui che volevo fuggire. “Parla, caro figliuolo. Cosa ti è successo?”. Tremavo come una foglia. “Ho rubato due pani!”. “E ti hanno fatto male?”. “No”. “E allora non tormentarti. Avevi fame?”. “Sì”. “Fame di pane e sete di acqua, buona fame e buona sete. Guarda: quando avrai bisogno di qualche cosa, chiedilo a Don Bosco. Ti darà tutto il pane che vorrai. Ma ricordati bene: Don Bosco preferisce la tua confidenza a crederti innocente. Con la tua confidenza ti potrà aiutare, invece con la tua innocenza potresti scivolare e cadere, e nessuno ti darebbe una mano. La ricchezza di Don Bosco è la confidenza dei suoi figli. Non dimenticartelo mai, Francesco”».